Il vino deve essere vivo, deve evolvere, deve mutare. Come la natura ogni anno ci dà stagioni diverse, così anche i miei vini devono testimoniare queste differenze. Il timbro che le certifica non può che essere la buccia e il suo contatto col mosto. È per questo che tutti i miei vini vengono accarezzati dalle bucce per estrarre l’eleganza e il carattere del vitigno cresciuto qui, a San Floriano, sul Collio.
Le macerazioni durano da poche ore a qualche giorno e si concludono prima della fine della fermentazione. Avrò così la garanzia di vini puliti, senza ossidazioni né spunti acetici che potrebbero comparire se facessi macerazioni più lunghe. Credo nel valore del terroir ed è grazie ai lieviti, naturalmente presenti sulle bucce, se il mosto fermenta da solo. Non voglio e non devo aggiungere lieviti selezionati che invece renderebbero standard i vini, anno dopo anno.
È grazie agli enologi Erika Barbieri e Alberto Faggiani se riesco ogni anno a estrarre quanto più possibile il Collio dai miei vini.
Fare vino non è come produrre bottoni.
Ogni anno assisto a cambiamenti che non dipendono da me: fenomeni meteorologici, malattie, calamità. Per questo non credo debbano esistere prezzi fissi, per l’uva così come per il grano o qualsiasi altra materia prima agricola che subisce l’imprevedibilità della natura.
Secondo me il prezzo del vino deve rispecchiare l’andamento dell’annata: tanto migliore, tanto più alto. La giusta piovosità, un sufficiente numero di giornate di sole, assenza di grandine, sono alcuni dei fattori che determinano quanta resa avrò dai miei vigneti e che qualità avranno le mie uve.
Sarà in base a questi due elementi che deciderò il prezzo del vino.
Credo nella sostenibilità ecologica. Fin dall’inizio ho iniziato il percorso verso il biologico, escludendo prodotti chimici di sintesi e impiegando solo minime quantità di rame, zolfo ed alghe contro le principali malattie della vite. Dopo i trattamenti, il nebulizzatore viene lavato in un piazzale dedicato così che i residui non si disperdano nel suolo e vengano digeriti da specifici micro-organismi.
Tutta la cantina è concepita per risparmiare energia: ho installato un sistema fotovoltaico che alimenta l’impianto di riscaldamento e raffrescamento, oltre a fornire l’energia alla colonnina di ricarica dei veicoli elettrici dei clienti. Sempre in quest’ottica, durante la vendemmia, sfrutto la pendenza della collina che mi permette di scaricare l’uva senza dover usare nastri trasportatori. Le acque di scarico della cantina, tramite fanghi attivi, sono purificate, depurate e ridistribuite in vigna.
Il 15% della proprietà è bosco che serve per proteggere la fauna e garantire un serbatoio di biodiversità fondamentale per la lotta integrata in vigneto.
La cantina sorge sull’apice di una piccola collina di circa 5 ettari a San Floriano del Collio, denominata con il toponimo sloveno “Çujevi”, significante ceppaia. A nord troviamo il confine con la Slovenia, provato dall’esistenza dei vecchi cartelli militari, giallo e rosso, indicanti i metri residui dal confine, nonché dai cippi di confine posti a partire dagli anni ‘50. Dai rimanenti lati scende il pendio vitato tramite terrazzamenti ed un più vetusto rittochino.
Le qualità coltivate ad est sono Friulano, Malvasia e Pinot Bianco; a sud-est Pinot Grigio; a sud-ovest ed ovest rispettivamente Cabernet Franc, Ribolla Gialla e Sauvignon.
Proprio l’etichetta vuole rappresentare le diverse particelle vitate, raccolte in vitigni, e tutte caratterizzate da pendii tramite curve di livello in rilievo. La stilizzazione della collina è orientata verso Nord, come ci suggerisce il simbolo in basso a destra. La linea rossa è indicante il confine che, pur essendo di notevole importanza storica, si è voluto tratteggiarla per indicare il fatto che vi sia una mera divisione geografica artificiale di un Collio/Brda che da sempre è unito geologicamente, ambientalmente e morfologicamente.
Una piccola parte della collina Çujevi era stata venduta, antecedentemente la prima guerra mondiale, ad una famiglia di contadini, i Bizaj, sulla cui sommità aveva edificato la propria casa. I terreni tutt’attorno erano passati di mano in mano a diverse famiglie di nobili della Principesca Contea di Gorizia e Gradisca, prevalentemente a controllo asburgico, che nei secoli cambiarono: dalla famiglia Herberstein, ai Della Torre, agli Attems. Gli ultimi proprietari, nella memoria degli anziani, appartenevano alla casata dei Teuffenbach, la cui residenza si ergeva sul vicino promontorio di Vipulzano.
Vi si possono tutt’ora notare due ville dalla nostra cantina, la più recente, dimora abituale dei Teuffenbach, divenuta oggi piccolo hotel a 12 stanze, e la più antica villa, la lussuosa tenuta di caccia dei nobili, massacrata durante le due guerre, denominata Villa Vipulze, poi ristrutturata, la quale ospita un ristorante ed il museo del patrimonio culturale sloveno.
Le uve di mezzadria venivano portate con i carri trainati dai buoi nella cantina personale del conte, a Piuma, dove si procedeva poi alla vinificazione (anch’essa divenuta pensione con 3 camere – Villa Schloss-Teuffenbach). I terreni in loro possesso, infatti, venivano gestiti sino alla fine della seconda guerra mondiale da famiglie di coloni con contratti di mezzadria, i quali avevano l’onere di dividere a metà il raccolto con il padrone. Dal 1918 a poco prima del 1927 i dintorni erano pressoché disabitati, ed i coloni venivano chiamati da altri paesi delle vicinanze. In particolare, la nostra zona venne affidata a tre famiglie che abitarono, a partire dal 1927, in villa Jazbine (che in sloveno significa “terra di sassi”), di cui facevano parte gli Skok (attuali proprietari della villa Jazbine con annessa cantina), i Buzzinelli (futuri proprietari della collina Çujevi) e la famiglia Colja che è poi emigrata verso altri lidi. Bisogna purtroppo ricordare che durante gli anni ’30 il capofamiglia Bizaj, proprietario di Čujevi, morì in seguito alla caduta di uno dei tre bunker costruiti durante la prima guerra mondiale, nell’immediata vicinanza della casa, costringendo la madre a far crescere sola i propri figli. Successivamente alla seconda guerra mondiale e alla relativa spartizione dei confini di Stato, il conte decise di vendere le proprietà, con prelazione da parte dei coloni. É così che Buzzinelli Ignazio acquistò, prima la parte ad est della collina dal conte, e poi le rimanenti parti ad ovest, assieme al rustico della signora Bizaj, tranne una porzione di poco meno di un ettaro posta ad est, passata in proprietà ad una famiglia Stekar, slovena. La collina fu poi affidata da Ignazio al figlio Mariano Buzzinelli nel 1988 ed egli, a sua volta, al rispettivo figlio Marino nel 1995. Dal 2016 la famiglia Marcuzzi ha rilevato la proprietà completando la collina tramite l’acquisizione della parte mancante degli Stekar. Dal 2019 vinifica in proprio a seguito dell’ultimazione della cantina vitivinicola con annessa sala degustazione. Ed il prossimo futuro diventerà a sua volta storia…